Arrivare nei Monti Dauni, nella parte settentrionale della Puglia inerpicata sull’Appennino, è come immergersi nel medioevo. Non solo per le condizioni delle strade – che probabilmente sono rimaste sostanzialmente le medesime – ma anche per l’atmosfera generale dei borghi, dove ancora capita di veder stendere le mandorle ad asciugare fuori dall’uscio di casa. A Pietramontecorvino, Motta Montecorvino e Volturino si venera lo stesso patrono – sant’Alberto – nel nome del quale le tre comunità partecipano ogni anno a riti davvero suggestivi.
La festa solenne ricorre il 15 maggio, quando le 3 comunità celebrano il Santo che unisce i 3 Paesi formatisi dalla diaspora degli abitanti dell’antica Montecorvino in seguito alla sua distruzione: Motta Montecorvino, Pietramontecorvino e Volturino.
Ma in quelle stesse ore – a Pietramontecorvino – fervono i preparativi di un rito strepitoso che può fare la gioia degli occhi dei visitatori: gli uomini costruiscono dei “palij” con fusti di alberi alti fino a 15 metri, sottratti alla foresta, mentre le donne li “vestono” con fazzoletti e altri indumenti che, nella tradizione, erano ricamati a mano durante l’inverno per i neonati. Il pellegrinaggio parte alle prime luci del 16 maggio per giungere al sito archeologico di Montecorvino con un cammino penitenziale che vede numerose squadre di persone trasportare i pali colorati con l’aiuto di lunghe funi.
Montecorvino è un sito medioevale risalente all’XI secolo, di grande interesse storico e archeologico, ma soprattutto di straordinaria bellezza paesaggistica, situato su una delle prime alture dei Monti Dauni con una veduta suggestiva su tutte le valli attorno: terra di blocchi tufacei, di pietra antica, in quel pezzo di Puglia chiamato Guado degli Uncini e dove il vicino torrente Triolo ha sempre rappresentato una concreta benedizione per i tanti contadini che vivevano dei prodotti della natura.
Da alcuni anni, il Comune di Pietramontecorvino è riuscito a finanziare scavi sistematici dell’Università di Foggia che, a detta degli studiosi, stanno offrendo risultati rilevanti sulla storia dell’abitato, sulla Cattedrale in cui dimoravano le spoglie di Sant’Alberto. E inoltre ha ottenuto l’iscrizione ad alcune reti nazionali – come “Borghi più belli d’Italia”, “Borghi autentici” e “Bandiere arancioni” del Touring Club Italiano – con l’intento di generare l’economia necessaria a sottrarre i luoghi allo spopolamento, ma anche per impedire che le antiche tradizioni escano definitivamente dalla memoria collettiva, producendo un vuoto che non sarebbe più colmabile.

Tutto ebbe inizio 126 anni fa. La leggenda narra che Sant’Alberto il Normanno apparve in sogno a due donne, dicendo loro che per alleviare l’opprimente sete dei campi, la popolazione locale avrebbe dovuto compiere un pellegrinaggio penitenziale fino alla vicina Montecorvino. Così fecero i “Petraioli” che – durante la via del ritorno – videro le nuvole riversare sui campi la pioggia promessa. Quell’anno si poté raccogliere “più grano che paglia”: Alberto il Normanno aveva sconfitto la siccità e conquistato eterna devozione.
Il pellegrinaggio si caratterizza così come una variopinta carovana che, grazie all’altezza dei palii e allo sventolare degli scialli ad essi legati, rende visibile il suo procedere anche a molti chilometri di distanza, permettendo a chi resta in paese di seguire con lo sguardo la statua di Sant’Alberto che “cammina” ondeggiando tra il tenero verde del grano primaverile, regalando un colpo d’occhio unico al mondo a chiunque si trovi sulle alture dell’Appennino.
Sette chilometri di devozione
Sette chilometri, lungo i quali si sviluppa un cammino di devozione, fede, tradizione e identità culturale. La ricchezza dell’evento, infatti, supera di gran lunga il significato religioso della processione e del pellegrinaggio.
Dalla Chiesa di Maria Ss. Assunta, di buon ora, dopo la messa mattutina, donne, uomini e bambini si mettono in cammino, preceduti dagli enormi palii, con l’aiuto di lunghe funi. Nel mezzo c’è la statua del Santo, trasportata anch’essa a braccia dai fedeli, che percorrono a piedi il sentiero in terra battuta per giungere al sito archeologico medievale di Montecorvino, presso i resti di una maestosa torre – detta “Sedia del Diavolo” – e dell’antica città che fu persino Diocesi.
Tornata così tra i ruderi della vecchia Cattedrale, il simulacro del Santo assiste da tempo immemore allo stesso rituale, che prevede una messa celebrata all’aperto e una cerimonia propiziatoria per il raccolto, con la benedizione dei quattro punti cardinali – durante la quale la statua è portata dalle donne – con il viso del santo patrono rivolto verso i campi.
Dopo una sosta di ristoro presso masseria Carpinelli, i “palji” si incrociano e poi si aprono nell’attraversare il centro del borgo. Il vento scuote gli scialli e fa ondeggiare i pennacchi: anche in questi tempi di siccità, il raccolto sarà motivo di orgoglio e di florida prosperità.




