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Arriva il “bollino di qualità” per i centri turistici “minori”, introdotto da un emendamento alla legge di Bilancio che ha l’obiettivo di «identificare e incrementare la qualità, la sostenibilità e l’accessibilità dei luoghi e dei servizi per il turismo a livello locale» delle località con meno di 30mila residenti: il ministero istituisce il riconoscimento “Destinazione turistica di qualità” che verrà assegnato da una commissione composta da un membro del dicastero, un rappresentante dell’Enit e tre soggetti indipendenti. Sostanzialmente un’autocertificazione.

Per noi di simtur che – da prima dell’era Covid – sosteniamo il turismo rurale come terzo pilastro dell’offerta turistica italiana, il valore dell’identità locale dei comprensori meno celebrati dai cataloghi patinati con le «piccole patrie» e le straordinarie esperienze rese possibili dalla vocazione naturale delle «destinazioni slow» potrebbe sembrare una buona notizia: finalmente le istituzioni sembrano comprendere come l’overtourism non si contrasti con ticket di ingresso o con fantasiose limitazioni, ma lavorando sulla qualità diffusa dell’accoglienza, dei servizi e della piena fruibilità degli immensi patrimoni materiali e immateriali presenti a macchia di leopardo nel «Bel Paese», custoditi all’ombra dei campanili.

La necessità di un intervento è condivisa: sarebbe sufficiente osservare i dati consolidati di Banca d’Italia e Istat – come elaborati da The Data Appeal Company – per verificare come 24 milioni di presenze internazionali si siano suddivise tra le mete “classiche” del viaggio in Italia: Roma 20,9%, Venezia 16,9%, Firenze 9,8%, Milano 7,3%, Napoli 4,1%, Bari 3,0%, Verona 2,3%, Bologna 2,1%, Torino 1,6% e Pisa 1,3%, riversando soltanto in queste città la spesa per consumi turistici di 16,1 miliardi di euro.

D’altra parte, non ci si può arrendere allo scenario analizzato da un autorevole Centro di Ricerche e di Mercato come Cresme, secondo il quale 1/5 dei Comuni italiani è in cammino verso il nulla, con oltre 1/6 della superficie nazionale in abbandono e lasciata inselvatichire, spingendo a prevedere che nei prossimi anni un ulteriore 4% della popolazione dei piccoli Comuni migrerà verso tre possibili destinazioni: all’estero per cercare occupazione qualificata, verso i grandi centri urbani oppure… verso il cimitero.

Come rendere comprensibile agli italiani di domani questa emorragia delle aree interne con i numeri della più recente edizione del report del World Travel & Tourism Council (Wttc) che – per la prima volta – attesta il contributo del turismo al Pil intorno all’11% e non, come si è sempre detto e scritto, attorno al 5%?

Negli scenari in evoluzione, si consideri che UN Tourism (Organizzazione Mondiale del Turismo presso le Nazioni Unite) stima che gli arrivi internazionali supereranno la soglia psicologica e fisica dei 2 miliardi entro il 2040, con previsioni per l’Italia di passare dagli attuali 134 milioni a oltre oltre 200 milioni. Una opportunità enorme per chi investe nel turismo, ma anche un duplice sfida:

  • per chi amministra le città è la gestione di flussi turistici che arrivano fagocitando beni e servizi rivolti ai residenti e rendendo sempre più complessa la vita dei luoghi;
  • per chi governa il Paese è assumere consapevolezza che – se continua l’attuale inverno demografico – a farsi carico di accogliere 200 milioni di visitatori saranno solo 48 milioni di italiani, non gli attuali 53,6.
Fotografare frettolosamente luoghi e persone non è turismo

Cosa non convince di questa proposta?

1. La dimensione

L’unico parametro individuato è quantitativo: il numero di residenti, che deve essere inferiore a 30.000. Una fascia demografica – per capirci – in cui si trovano solo cinque capoluoghi di provincia: Carbonia, Enna, Isernia, Sondrio e Urbino. Senza poi considerare che la stragrande maggioranza dei Comuni ha pochi abitanti: il 70% ne ha meno di 5mila, il 25% ne ha meno di 20mila e solo il 5% supera i 20mila. Il provvedimento riguarda dunque una platea potenziale pressoché illimitata dei quasi 8mila Comuni italiani.
Possibile che ancora oggi, con il Novecento finito da un quarto di secolo, dobbiamo proseguire a ragionare solo in termini di parametri quantitativi?

2. La “commissione”

il riconoscimento – ennesimo “bollino“, come già lo definisce Il Sole 24 Ore – sarà assegnato da una commissione composta da un membro del dicastero, un rappresentante dell’Enit e tre soggetti indipendenti. Al momento, nulla è dato sapere sui tempi di costituzione, né sulle competenze richieste per farvi parte ed esprimere pronunciamenti di qualità.

3. Parametri di valutazione

Il giudizio della commissione sarà emesso sulla base di una “Carta di valori” che l’organismo stesso sarà chiamato a predisporre. Posto che chiedere a migliaia di Comuni di aderire a un insieme di principi potrebbe essere cosa buona e giusta, lo strumento appare però inadeguato al riconoscimento di adeguate qualità, che non si poggiano su pronunciamenti ma su indicatori.
Peggio: non si è mai visto che il giudizio si possa esprimere sulla base di un documento approvato da chi lo redige, ma normalmente si affida a terze parti, proprio per garantire l’indipendenza. Ma si sa… le terze parti costano.

4. Dimensioni economiche e finanziarie

Non si conoscono i costi di funzionamento della commissione, che pure si deve immaginare permanente e dotata di strumenti adeguati ad un simile impregno: «Si provvederà nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ai componenti della commissione non spettano compensi, gettoni di presenza, rimborsi di spese e altri emolumenti comunque denominati».
D’altra parte si è preferito – come sempre – dotare di portafoglio Enit, cui spetterà la cura di una campagna di comunicazione, con un budget di 500mila euro l’anno. L’ente di promozione turistica dovrà fornire alle destinazioni selezionate «priorità nelle proprie attività promozionali e fieristiche e l’accesso privilegiato alle iniziative nazionali e internazionali».
Con questa dimensione d’impegno, l’agenzia nazionale potrà – si e no – lanciare un generico appello ai “forestieri” di valutare anche la straordinaria bellezza dell’entroterra e dei borghi, dopo averne selezionati alcuni sulla base di una condivisione valoriale.

Conclusioni

Anzitutto vale la pena leggere il testo completo della Proposta di modifica n. 98.0.13 (testo 2) al DDL n. 1689, firmato dai senatori Paola Ambrogio,
Matteo Gelmetti e Vita Maria Nocco. Si potrà così approfondire anche il sistema di verifiche e controlli: le destinazioni manterranno il riconoscimento per 2 anni, salvo revoca disposta dal ministero del turismo su proposta della commissione, che – sempre senza risorse – effettuerà controlli periodici puntuali, ovvero a campione.

Nel mentre, la vasta gamma degli attori presenti nella costellazione del valore turistico sta rizzando le antenne per attrezzarsi a cogliere le opportunità previste dai bandi inseriti nella Manovra, così che l’unica misura strutturale per il futuro del turismo nazionale passi inosservata. E che soltanto pochi si accorgano delle incongruenze (e inconsistenze) delle dotazioni finanziarie.

Se nel 2024 il 75% degli arrivi in Italia ha interessato il 13% del suolo nazionale, il tema andrebbe affrontato molto seriamente. Da anni simtur spinge perché l’Italia non prosegua nella promozione del brand, ma soprattutto perché si affianchino proposte di autentica ruralità italiana a quelle degli unici due segmenti finora posizionati: balneare e città d’arte.
Ciò anche a fronte di segnali di diversificazione della domanda dei mercati: il rapporto Teha / The European House / Ambrosetti ha dimostrato come dal 2014 il turismo montano sia cresciuto in modo più rapido rispetto al balneare, quasi triplicando i propri arrivi a fronte di un aumento più contenuto (+32%) delle destinazioni costiere. E Moveo – magazine di Telepass, nel suo rapporto sui “Borghi Italiani online” ha rilevato che nel 2024 si sono registrate quasi 94 milioni di ricerche: un aumento del +52% rispetto al 2023.

Federico Massimo Ceschin
presidente simtur


simtur, per sua parte, oltre a mantenere efficaci il programma «piccole patrie» e il claim etico «destinazioni slow», inizia il 2026 con due nuove proposte:

Il magazine “storie“, supplemento a EnjoyMAG, realizzato in collaborazione con Italia Circolare e Memo – Grandi Magazzini Culturali, per raccontare le migliori pratiche di turismo rigenerativo nell’Italia ostinatamente considerata “minore”

La piattaforma “sfide” per affiancare i protagonisti dello sviluppo locale e sostenere le comunità nelle transizioni necessarie per affrontare le complessità del presente e realizzare un futuro migliore.

Editore
simtur
Anno

2026

Iniziativa promossa da:
Supplemento a:
Enjoy MAG

  • Registrato al Tribunale di Livorno
  • Direttrice: Patrizia Lupi
  • Marchio editoriale movability

magazine del ben-essere e del buon vivere

Enjoy MAG è un’iniziativa ideata e diretta da Patrizia Lupi – arricchita dalle visioni di Federico Massimo Ceschin – mirata a raccontare le sfide rigenerative di simtur, le migliori pratiche incontrate nei territori grazie ai labtur e agli Horse Green Day. le geografie minori del Bel Paese e le persone straordinarie che sono protagoniste del Rinascimento Rurale.

Un modo nuovo e interattivo di raccontare l’italianità partendo dai margini, dalla ruralità, dalle montagne, dalle piccole isole e dai comprensori meno celebrati dai cataloghi dell’offerta turistica.

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