I dati non lasciano illusioni: secondo l’Istat l’Italia potrebbe perdere 3,2 milioni di residenti entro il 2040, con i territori marginali a pagare il prezzo più alto, vedendo nel frattempo spegnersi a migliaia le botteghe e i negozi di vicinato. Di fronte a questo scenario, da tempo il dibattito sulle montagne e sulle zone rurali ha maturato una parola d’ordine giusta: trattenere non basta. Non si blindano i giovani con la retorica, non si fa del restare un dovere. L’Europa stessa, con la strategia «Right to Stay», mette al centro la libertà di scegliere: partire, restare o tornare, purché sia una scelta e non una condanna. Sottoscrivo, parola per parola.
Eppure quella parola d’ordine, da sola, lascia senza risposta la domanda vera. Perché la nostra missione non è mai stata trattenere le persone. È trattenere il valore. E sono due cose diverse, come un muro l’edera che lo scardina! Trattenere le persone è illiberale, e i numeri lo irridono: i giovani partono comunque e, a volte, tornano più ricchi di prima. I saldi migratori raccontano storie troppo intrecciate per poterne fare uno slogan. Chi costruisce reti per trattenere la propria gente ha già perso.
Trattenere valore è un’altra impresa.
Il valore non è un’astrazione da convegno: sono le competenze che rientrano e mettono radici, i presìdi che vegliano sul versante, la bottega che riapre, la scuola di valle che non chiude, la bellezza abitata e non soltanto fotografata, il surplus di una stagione che si reinveste a valle invece di volare a Milano. È tutto ciò che un luogo riesce a fissare a terra, invece di lasciarlo evaporare.
Qui torna la mia vecchia ossessione: non è petrolio. Il petrolio è valore che si estrae e se ne va. Lascia un buco e parte. L’economia dei visitatori, quando progettata e governata, è l’esatto contrario: è valore che si deposita e resta. Il visitatore giusto non è quello che preleva – un panorama, una foto, un picnic o un krapfen – ma quello che lascia sedimento: spesa che diventa lavoro, attenzione che diventa cura e presenza che diventa comunità, anche temporanea.
E allora la tensione che sembra paralizzare tutti – restanza contro libertà di movimento – semplicemente si scioglie. Se la missione è il valore, le persone possono circolare libere. Un territorio torna a respirare quando attiva una membrana osmotica, capace di aprirsi a chi arriva senza esserne svuotata: professionisti, nomadi digitali, viandanti, residenti temporanei, e chi sceglie di rientrare portando competenze nuove… sono davvero benvenuti? Se la risposta è positiva, l’essere partiti, l’aver studiato altrove e l’essersi contaminati smettono di essere una perdita e diventano un prestito. Ma il patto dev’essere che il ritorno sia reso una scelta desiderabile e conveniente, non un atto di eroismo, in parte magari persino osteggiato.
Attenzione, però, a non rovesciare tutto. Si trattiene valore perché le persone abbiano un luogo che valga la pena di scegliere, non al posto loro. Il giorno in cui dicessimo «poco importa chi parte, purché resti il valore», saremmo diventati noi gli estrattori: spremeremmo la nostra stessa comunità come il turismo spreme il territorio. Il valore non è l’alternativa alla libertà. È la sua condizione.
Per capire la posta in gioco – che va molto oltre l’economia – sarebbe sufficiente guardare le immagini che in questi giorni giungono dalle valli himalayane del Nepal, dove un ghiacciaio che non ha retto i cambiamenti climatici è franato sui villaggi. Mostrano una verità che riguarda anche le nostre montagne: quando il clima aggredisce un versante, lo rende pericoloso. E un versante spopolato è pericoloso il doppio, perché non resta nessuno a leggerne i segni, a curarne i boschi, a dare l’allarme. Trattenere valore è anche questo: tenere vivi i custodi. Ovvero chi mantiene il territorio come funzione economica, non come gesto etico: il pastore che presidia i pascoli, il viticoltore che cura i vigneti storici, l’artigiano che tramanda un sapere… Ogni custode è un nodo strutturale della costellazione del valore, spesso reso invisibile. Strutturale perché senza di lui il sistema non funziona. E invisibile, perché nessuna contabilità lo remunera adeguatamente.
E qui la storia si rovescia. Il clima sta per cambiare il verso della montagna. Mentre la pianura si fa più calda e arida, le terre alte tornano a essere ciò che furono per millenni: un rifugio. Non è nostalgia ma semplice osservazione di termodinamica. La domanda, allora, non è più se qualcuno risalirà, ma cosa troverà lassù: un territorio vivo, oppure soltanto case chiuse e sentieri perduti? La montagna non si prepara riempiendola di turisti a luglio e agosto ma la si prepara ogni giorno, trattenendo il valore che la tiene in vita. Sapremo riconoscerlo in tempo?
federico massimo ceschin



