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«Siamo montagne al picco sul mare, dal punto più alto impariamo a volare. Poi ritorniamo giù, lungo discese pericolose, senza difese…». Le parole di una canzone aprono le porte di un viaggio che è un ritorno alle origini, un dialogo silenzioso con la terra. Arrivare nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise in pieno inverno significa essere accolti da un freddo pungente che sferza il viso, ma che viene subito dimenticato di fronte alla magnificenza di un paesaggio che si svela grandioso e solenne. Questo non è solo un viaggio verso una destinazione, ma un’immersione in un’esperienza di conoscenza profonda, un percorso per comprendere l’equilibrio secolare che qui si è creato tra una natura selvaggia, potente e a tratti indomabile, e le comunità umane che la abitano. Comunità resilienti, che di questa terra sono custodi di storie, sapori e tradizioni antiche, vissute con la consapevolezza di chi sa che il futuro si costruisce sul rispetto del passato.

Immergersi nel cuore più antico e incontaminato del Parco significa entrare in un santuario naturale la cui protezione è stata la missione fondante di questa istituzione, da oltre un secolo. Le valli profonde, le foreste secolari e le vette rocciose non sono solo scenari di una bellezza mozzafiato, ma ecosistemi vitali, rifugi insostituibili per specie rare e preziose che qui hanno trovato la possibilità di sopravvivere e prosperare, lontane dalla pressione di un mondo che cambia troppo in fretta.

L’escursione lungo il sentiero della Camosciara è un’esperienza che trascende la semplice camminata. La sensazione è quella di essere finiti dentro una fiaba. L’atmosfera è magica: alberi secolari si ergono come guardiani silenziosi, le sorgenti mormorano storie antiche e il suono crescente dell’acqua preannuncia l’arrivo a una meta quasi mistica. Ed eccola, la Cascata delle Ninfe: fresca, limpida e cristallina, un getto potente che si tuffa tra le rocce levigate. Fermarsi qui significa respirare l’essenza stessa della natura, lasciandosi catturare dal fragore dell’acqua e dalla magia di un ambiente che sembra immutato da millenni.

Il nome “Camosciara” non è casuale: deriva dalla numerosa popolazione di camosci che abita queste balze rocciose. Qui si è compiuto uno dei più grandi successi di conservazione del parco. Nel 1922, alla sua istituzione, si contava appena una decina di esemplari di quello che oggi è definito «il Camoscio più bello del mondo». Oggi, grazie a un secolo di protezione, la popolazione ha superato i 600 individui. Con un po’ di pazienza, scrutando le pareti di roccia, è possibile vederli muoversi con agilità incredibile: una madre con il suo piccolo, o addirittura branchi numerosi di trenta o quaranta esemplari che si spostano all’unisono. A condividere con loro questo regno verticale è l’Aquila Reale, che nidifica proprio su queste stesse rocce, sovrana indiscussa dei cieli del parco.

Se il camoscio è il custode delle vette, l’Orso Bruno Marsicano è l’animale simbolo del parco, la cui presenza è legata a luoghi emblematici come la Val Fondillo e il Monte Marsicano. La sua salvaguardia rappresenta la sfida più complessa: trovare un equilibrio sostenibile tra uomo e natura. Il fenomeno degli «orsi confidenti», esemplari che hanno perso la naturale diffidenza verso l’uomo, ne è la prova più dolorosa. Con una stima attuale di cinquanta-sessanta esemplari, la protezione di questa specie è affidata al lavoro incessante dei Carabinieri Forestali, che pattugliano il territorio per garantire la sopravvivenza di questo magnifico plantigrado.

Una delle caratteristiche più straordinarie del parco sono le sue faggete vetuste, riconosciute come le più antiche d’Europa, vere e proprie cattedrali di clorofilla. Il termine “vetusto” non indica semplicemente un bosco vecchio, ma un ecosistema dove l’intervento umano è assente o si è perso «nella notte dei tempi». Camminare qui significa entrare in un monumento naturale, dove la vita prospera in ogni sua forma. Oltre all’orso e al lupo, questi boschi ospitano una ricca fauna “minore” ma di enorme significato ecologico: colonie di pipistrelli, diverse specie di picchi, martore, gatti selvatici e istrici trovano rifugio tra i tronchi e le cavità degli alberi secolari, contribuendo a un equilibrio biologico di inestimabile valore.

Ma questa foresta non è un vuoto selvaggio: tra le sue radici secolari affondano quelle di comunità altrettanto resilienti, la cui storia è un dialogo ininterrotto con la montagna. Un dialogo che si svela nei volti e nelle mani di chi ha scelto di restare.

Camosciaria - Parco nazionale Abruzzo Lazio Molise

Visitare i borghi del Parco non è un semplice itinerario turistico, ma un viaggio nel tempo e nell’anima di un territorio. Questi paesi non sono solo pittoreschi insediamenti di pietra, ma scrigni di memoria e di una sorprendente vitalità. Qui le tradizioni non sono folklore da cartolina, ma un tessuto vivo, custodito e innovato ogni giorno dalle persone che, con coraggio e amore, hanno scelto di restare e di costruire il proprio futuro tra queste montagne.

Civitella Alfedena, un borgo di 300 residenti, appare come un presepe aggrappato alla roccia. È un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove le tradizioni sono incarnate dai suoi abitanti.

Definito dal pittore olandese Escher come un «balcone sulla valle dell’Alto Sangro», Opi è un borgo che conserva un legame indissolubile con le foreste secolari che lo circondano.

Scanno è «il paese dei fotografi», celebre per il suo lago a forma di cuore e per un artigianato che è pura poesia, famoso anche per le sue delizie culinarie. Due arti nobili definiscono la sua identità: il tombolo, un merletto prezioso lavorato dalle donne fin dalla fine del ‘500 per preparare la dote, e l’oreficeria, nata per adornare i ricchi costumi tradizionali.

Transumanza nel Parco nazionale Abruzzo Lazio Molise

Sapori d’Appennino: un racconto di cibo, pastori e… innovatori

La cucina del Parco Nazionale d’Abruzzo è l’espressione più sincera del legame indissolubile tra l’uomo e il territorio. Ogni piatto, ogni formaggio, ogni chicco di grano racconta una storia di transumanza, di pascoli d’alta quota, di stagioni che dettano i ritmi della vita e di un ingegno contadino che ha saputo trasformare la semplicità in eccellenza, con un profondo rispetto per le risorse della montagna.

Qui si sperimenta e si costruisce la difficile ma possibile coesistenza tra l’essere umano e il mondo selvatico. È un modello che dimostra come la protezione della natura non debba significare lo svuotamento dei territori, ma possa anzi diventare il fondamento per una nuova economia e una nuova socialità, fondata sulla rigenerazione.

Poche cose rappresentano l’Abruzzo pastorale come gli arrosticini, definiti come la sintesi di questo popolo, unendo il gusto del grasso alla sostanza della carne recuperata vicino all’osso, in una filosofia dove nulla va sprecato.

Un altro piatto simbolo è la Pecora al cotturo: una ricetta nata dall’esigenza dei pastori transumanti, che cuocevano per ore nella “gallara“, un grande paiolo di rame, la carne degli animali più vecchi per renderla tenera e saporita.

Questo mondo ha avuto un profeta moderno: Gregorio Rotolo, «il pastore d’Italia». Visitare la sua azienda, oggi portata avanti con la stessa dedizione dalla famiglia, è un’esperienza che tocca il cuore. Il suo insegnamento è vivo: «Mettere l’amore nel fare questi prodotti», ovvero utilizzare solo fieni biologici e rifiutare categoricamente OGM e insilati. I formaggi prodotti qui sono vere e proprie icone: il Pecorino a scorza nera, il Gregoriano a pasta molle, e persino un formaggio dedicato a Papa Francesco.

A Pescasseroli, un forno aperto nel 1953 da “nonno Nino” continua a sfornare pani che profumano di casa, arricchiti con olive, noci o uva passa. Qui nasce anche la Pizza del Pastore, un pane morbido che si conservava a lungo e accompagnava i pastori, ma che d’inverno diventava una coccola per i bambini di casa.

La cucina qui è anche un momento di condivisione. Preparare le Pallotte cace e ova è un rito: polpette di pecorino, formaggio di mucca e uova vengono calate direttamente nel sugo di pomodoro. Se sia corretto aggiungere il prezzemolo è materia che fa discutere.

A Scanno, invece, una leggenda avvolge il Pan dell’Orso: si narra che questo dolce a base di mandorle e miele abbia salvato la vita a dei pastori, distraendo con il suo profumo gli orsi che si avvicinavano al loro accampamento. Oggi, viene preparato con ingredienti di prima scelta – mandorle di Bari, miele locale, farina di Solina – e la sua caratteristica distintiva è l'”inzuppo” finale in un ricco strato di cioccolato fondente.

La tavola imbandita con tutti questi tesori – i formaggi di Rotolo, il pane di Pescasseroli, le pallotte e il Pan dell’Orso – diventa la sintesi perfetta dell’accoglienza e della ricchezza di questo territorio: un’immagine potente che prepara i visitatori ad amare questa terra.

Prodotti tipici del Parco nazionale Abruzzo Lazio Molise
Editore
simtur
Anno

2026

Iniziativa promossa da:
Supplemento a:
Enjoy MAG

  • Registrato al Tribunale di Livorno
  • Direttrice: Patrizia Lupi
  • Marchio editoriale movability

magazine del ben-essere e del buon vivere

Enjoy MAG è un’iniziativa ideata e diretta da Patrizia Lupi – arricchita dalle visioni di Federico Massimo Ceschin – mirata a raccontare le sfide rigenerative di simtur, le migliori pratiche incontrate nei territori grazie ai labtur e agli Horse Green Day. le geografie minori del Bel Paese e le persone straordinarie che sono protagoniste del Rinascimento Rurale.

Un modo nuovo e interattivo di raccontare l’italianità partendo dai margini, dalla ruralità, dalle montagne, dalle piccole isole e dai comprensori meno celebrati dai cataloghi dell’offerta turistica.

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